Donne: carriera in azienda o figli?

di Francesca Commenta

 In Italia, come si sa, le donne raramente vengono aiutate e incoraggiate in un momento particolare della loro esistenza che è quella della gravidanza. La tendenza oggi è rimandare a lungo, soprattutto perchè una ragazza che magari può contare su un lavoro non troppo stabile, sa bene che allontanandosi dalle scena aziendale rischierà di vedersi soffiare il posto o lasciarsi superare da una collega o, più spesso, da un uomo. Se poi il suo obiettivo è avanzare a livello di mansione e stipendio, la faccenda si complica perchè il quesito nasce spontaneo anche nell’animo meno sensibile: figli o carriera?

Studiose, in grado di gestire più variabili e votate al sacrificio le donne sono molto brave in ufficio e anche nello studio: si calcola, infatti, che nel Belpaese il 60% dei laureati è donna e solo il 40% uomo. Lo Stivale batte Regno Unito e Stati Uniti, ma il vantaggio dura poco e l’entusiasmo si spegne quando si viene a conoscenza di una dura realtà:  il 22% delle laureate non lavora, contro il 9% degli uomini. Se poi lavorano entrambi i sessi, “l’altra metà del cielo” percepisce uno stipendio più basso. Il famoso salto di qualità avviene in genere tra i 30 e i 45 anni, quando le donne pensano alla famiglia e, in tal modo, in una società ancora piuttosto maschilista rimangno sempre in fondo ai vertici aziendali.

L’Italia, proprio perchè le ragazze tardano a sistemarsi lavorativamente parlando, ha la fecondità più tardiva, con un’età media al primo parto pari a 31 anni. I dati, del resto parlano chiaro: il tasso d’occupazione delle donne senza figli è pari al 66% e scende al 60% per le madri con un figlio e al 53% in presenza di due figli. Tantissime, poi, lasciano la propria occupazione quando nasce il piccolo. Quando quest’ultimo cresce, potrebbero tornare in scena, ma spesso è troppo tardi, soprattutto se l’età è avanzata.

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